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20 novembre

La petizione degli archeologi.

Dalla data di creazione la petizione degli archeologi contro il concorso capestro, www.firmiamo.it/sign/list/concorsoarcheologi18072008  al 5 novembre, l’appello ha raccolto 1070 firme. Per iniziare, un pò di dati statistici dal sito: il 67% è donna. Questo dato conferma ciò che sappiamo dell’archeologia come settore al femminile o sottolinea che le donne sono più attente a firmare la petizione. Il 68% dei firmatari nel totale è laureato, il 14% dottorato; il 55% dei firmatari ha tra i 35 e i 55 anni d’età.

Alla petizione si è intanto associata la SAUI (Società d’archeologia universitaria italiana, www.saui.org) con sede a Modena che raccoglie professionisti e simpatizzanti del settore archeologico.

Resta da chiedersi, a stare ai numeri dei partecipanti al concorso del MIbac (quasi 150.000 persone) se tutti condividono le modalità della protesta, perché bastava una sola firma da parte degli iscritti al concorso, per arrivare quasi alla cifra di un quorum referendario!

Segnalo gli articoli interessanti sui probabili ricorsi che verranno effettuati, quindi prepariamoci a tutto:

www.patrimoniosos.it/rsol.php?op=getintervento&id=617   ( appello di Angela Pontrandolfo )

www.patrimoniosos.it/rsol.php?op=getintervento&id=610   ( sull’idiozia dei quiz)

www.patrimoniosos.it/rsol.php?op=getintervento&id=611

Nonostante i ripetuti appelli ai singoli, alle università, alle associazioni, molto pochi sono i docenti che hanno sentito la necessità di aderire.

Le valutazioni le lascio ai lettori del blog, salvo ribadire che l’impegno sociale e la coscienza sociale sono ad oggi una utopia in un mondo che non vuole evolvere.

rdp

Concorsi pubblici Mibac 2008: alcune questioni

04-11-2008

Annalisa Besso

Riceviamo e pubblichiamo

Egr. Redazione, 

vorrei che venga fatta pubblica chiarezza su quello che sta succedendo in relazione ai concorsi pubblici per esame a 500 posti presso l’amministrazione centrale e periferica del Ministero per i Beni e le Attività Culturali.

Sul sito del Ministero vengono pubblicati quasi quotidianamente avvisi inerenti la selezione preliminare ( http://www.beniculturali.it/concorsi/concorsi_docu.asp ). Qui è possibile vedere la messe di comunicati ministeriali confusi e contradditori che si susseguono dalla data della pubblicazione sulla G.U. La lista dei quesiti, pubblicata e dunque ufficiale, da cui saranno tratti i quiz preselettivi, risulta essere piena zeppa di errori. Per questo motivo, anziché ritirare la suddetta e farla sostituire dalla società che ne ha preso l'appalto, come serietà richiederebbe, si preferisce pubblicare giornalmente l'elenco dei quiz sospesi, per altro segnalati dagli stessi concorrenti in fase di studio (oltre al danno la beffa), e chiedere di attendere il 4 novembre p.v. per la sostituzione e la definitiva (ci si augura) redazione della lista. Tutto ciò mentre i candidati "mandano giù a memoria" (perché di questo infine si tratta se si vuole avere la certezza di passare il turno) 4000 quesiti e si preparano ad affrontare le prove tra il 18 novembre e il 18 dicembre prossimi. Perché trascorre quasi un mese di tempo tra i primi e gli ultimi (rigorosamente in ordine alfabetico), in una gara di esercizio mnemonico, dove il fattore tempo è fondamentale? 
Perché non vengono date le stesse possibilità a tutti i concorrenti? 
Perché non sospendere le procedure concorsuali prima che fiocchino i ricorsi e ricominciare con il piede giusto? Indignatamente, 
Annalisa Besso”

www.patrimoniosos.it

“Concorsi pubblici

04-11-2008 Uno storico dell'arte

La storia la conosciamo già, è vecchia (1998). La notizia invece è che la stessa pietosa saga, purtroppo, a distanza di dieci anni tondi tondi si ripete, naturalmente con l’aggiunta di un ulteriore…presa per il naso.

A fine ’98 si era infatti consumato l’ultimo concorso bandito dal Ministero per i Beni e per le Attività culturali e destinato, fra l’altro, all’assunzione dei nuovi funzionari di soprintendenza, ovvero gli “angeli custodi” del più importante patrimonio storico-artistico del mondo.

Fu la prima volta che lo stesso ministero introdusse, per agevolare la selezione del personale, la selezione tramite quiz a risposta multipla: fecero 80 domande in 60 minuti. Ma non bastò. Tra i quesiti rivolti agli storici dell’arte di alcune regioni, per esempio, si segnalarono diversi refusi, per altri nessuna delle risposte tra quelle previste era quella esatta, infine un discreto numero di domande contenevano ambiguità, casi su cui la critica discute ancora, ecc. In altre parole: uno scandalo. Quella volta infatti finì con l’arrivo delle forze dell’ordine, con l’annullamento delle prove, e il concorso venne poi riconvocato.
La stampa dell’epoca diede ampia informazione sul caso e l’intera sessione venne pubblicata da Il Giornale dell’arte, n. 173, gennaio 1999, pp. 1, 10-11.

A quanto pare però, la lezione di allora, le polemiche e i ricorsi, non sono serviti a nulla. 

Il nuovo bando dello stesso ministero pubblicato lo scorso agosto (Concorsi pubblici per esame presso l’amministrazione centrale e periferica del Ministero per i Beni e le Attività Culturali) prevede un numero di assunzioni pari a 100 unità 
così ripartite:

- 30 posti di “Archeologo” nella Terza Area, Fascia retributiva F1
- 50 posti di “Architetto” nella Terza Area, Fascia retributiva F1
- 5 posti di “Archivista di Stato” nella Terza Area, Fascia retributiva F1
- 2 posti di “Bibliotecario” nella Terza Area, Fascia retributiva F1
- 8 posti di “Funzionario Amministrativo Economico Finanziario” nella Terza Area, Fascia retributiva F1
- 5 posti di “Storico dell’Arte” nella Terza Area, Fascia retributiva F1
A fronte delle 24.873 domande pervenute come riportato dalla tabella ministeriale


5551 Archeologo 
4542 Calcografo
4435 Archivista 
3965 Storico Arte 
3353 Architetto 
3027 Bibliotecario 



Cosa si inventa questa volta il Ministero per i Beni e per le Attività culturali per selezionare i suoi futuri funzionari, tutti laureati e, nel caso di storici dell’arte, bibliotecari, archivisti e archeologi anche provvisti di specializzazione biennale o triennale post-laurea e/o dottorato.

Tramite il suo sito ufficiale ora il ministero ci convoca tutti il 1° dicembre per sostenere una preselezione, naturalmente a quiz. 

Visto l’intenso curriculum studiorum richiesto dal bando e la tipologia ad alta professionalità dei posti da andare a ricoprire, con un vero e proprio coup de théâtre, il ministero comunica che la preselezione verrà effettuata su test di cultura generale.

Per agevolare la preparazione al concorso lo stesso ministero si premura di mettere a disposizione dei candidati circa 4000 domande tra cui verranno estratte quelle della prova del 1° dicembre.

Seguendo questa logica perversa, nella summa proposta, ovviamente non c’è neppure una domanda di storia dell’arte, né di archeologia, né di archivistica, né di biblioteconomia.
Il fatto questa volta, oltre che disdicevole, è pornografico.

Le materie saranno: matematica, scienze, logica, educazione civica, storia, italiano, geografica e, immancabile, mi raccomando, informatica.

Che ci si chieda di ricordare, provenendo tutti i candidati da facoltà umanistiche: “Chi è l’autore del ‘Tesoretto’? (domanda n. 9), “Di chi è l’opera in versi ‘Il passaggio di Enea’? (domanda n. 558), a quale scuola appartenne Lapo Gianni ? (domanda n. 729) ci sembra che abbia già poco senso.
Così come interrogarci di geografia (“Qual è la sigla internazionale della Croazia?”, domanda n. 125 o “Che cosa sono i pizzoccheri”? domanda n. 213) o di storia (“Quale presidente americano fu eletto nel 1913?” domanda n. 19, “Chi erano gli ustascia?” domanda n. 303; “Tra chi fu combattuta la guerra giurgurtina che si svolse dal 112 al 105 a.C.?”).

Ma veniamo allo spauracchio di generazioni di studenti: la matematica. I futuri ispettori delle “belle arti” devono saper risolvere funzione, equazioni, esercizi di geometria, trigonometria e algebra.
Per esempio: “La radice quadrata di X…” domanda n. 83; “Cosa hanno i comune questi numeri: 3, 7, 11, 41, 53?” domanda n. 98; “Se in un triangolo un angolo è di 65°, la somma degli altri angoli è di….?” domanda n. 150; “Per quale valore del parametro “a” l’equazione x²-(a+2)x-3=0 ammette due soluzioni uguali?” domanda n. 341. Eccetera, eccetera.

Con le domande di educazione civica, dove giustamente il futuro funzionario di sovrintendenza è tenuto a sapere quanto tempo resta in carica il capo dello stato o a quale data risale il Testo unico degli enti locali, compaiono altre singolari interrogazioni del tipo: “Il segnale regolamentare per indicare un passo carrabile che cosa deve contenere?” Domanda n. 163; oppure “Sui motocicli a due ruote è ammesso il trasporto di bambini?” domanda n. 166; “Dov’è ubicata la luce rossa del semaforo la cui lanterna è posta in posizione orizzontale?” domanda n. 174; “Le macchine agricole possono circolare su strada?” domanda n. 190.

Ecco alla fine è tutto chiaro e i quiz si sconfessano da soli: si tratta dell’esame per la patente, dev’esserci stato un errore e presto, per forza di cose, il ministero dei beni culturali si affretterà a comunicarcelo rinviando il suo concorso a questionari, se proprio questa sarà l’unica formula possibile, più opportuni, competenti e, per favore, pertinenti!


Per ulteriori ragguagli si rimanda al sito www.beniculturali.it/concorsi
Quesiti a risposta multipla relativi alle prove preselettive per la terza area funzionale F1 
(Archeologo, Architetto, Archivista di Stato, Bibliotecario, Funzionario Amministrativo Economico Finanziario, Storico dell'Arte)
Con un’infilata successiva di avvisi in ordine a errori e/o refusi pubblicati dal ministeri stesso.

Di seguito qualche esempio estratto dal sito: 

AVVISO del 23 Ottobre 2008 ore 13.00
Avviso relativo alla sostituzione dei quesiti di inglese per la terza fascia funzionale F1 e alla sostituzione di eventuali quesiti erronei 

Si rende noto che i quesiti di inglese per la terza fascia funzionale F1 sono stati annullati e conseguentemente eliminati dalla documentazione.
Verranno sostituiti con nuovi quesiti di italiano, storia e logica, che saranno pubblicati su questo sito in data 4/11/08.

AVVISO del 24 Ottobre 2008 ore 14.30
Avviso relativo alla pubblicazione dei quesiti errati e sospesi 
Si comunica che da oggi viene pubblicata la lista dei quesiti sospesi in quanto effettivamente non corretti per formulazione o errori materiali in base alle segnalazioni pervenute e ai riscontri effettuati dal fornitore. 

Lista dei quesiti sospesi
24 ottobre 2008 
l presente avviso sarà pubblicato anche sulla Gazzetta Ufficiale . IV Serie Speciale – Concorsi ed esami del 4 novembre 2008”.

www.patrimoniosos.it

rdp

23 ottobre

E trattiamole come lampadine (le lucerne!)

Quando tutto langue, un poco di creatività non guasta. Possiamo prendere i nostri reperti, come le lucerne e le anfore ( vero è che ne siamo pieni e che ci faremo mai non si sa ) e affittarle di qua e di là, per far soldi come gli Emirati Arabi. Potremmo anche affittare vecchie pietre rimosse dagli scavi e coppi e tegole che non si sa mai che farne: lei faccia un muretto con queste cose, poi ci paga l’affitto a vita per avere un muretto archeologico. Qualche privato eccelso potrebbe prendersi in custodia intere collezioni e restaurarle, salvo esporle in casa propria con tanto di garanzie ed assicurazioni.

In questa logica, la tutela dello Stato, il ruolo dello Stato e ancora il concetto di bene culturale collettivo come cambia? Possibile che non si riesca ad ideare altro che un liberismo da giungla?

Anche gli archeologi potremmo darli in affitto come ruderi, a pensarci.

Potrebbero servire finalmente a finanziare una ricerca che non esiste.

rdp

 

 

ROMA - "In affitto i beni archeologici di Roma". Un progetto del sovrintendente Broccoli: ricavare reddito dai reperti  R.MAMBELLI, 03 OTTOBRE 2008 LA REPUBBLICA. ( www.patrimoniosos.it)




"I magazzini dei nostri musei sono pieni di oggetti antichi, di opere d´arte di cui addirittura spesso si perde la memoria" 


Mettere a reddito i Beni archeologici di Roma: per fare cassa e avere soldi freschi da spendere per la manutenzione, ma anche per evitare che le antichità ammuffiscano e vadano in rovina abbandonate nei magazzini dei musei. Non è una provocazione, ma un progetto molto concreto al quale sta lavorando il nuovo sovrintendente di Roma, Umberto Broccoli, d´accordo con l´assessore alla cultura Umberto Croppi. 
«Mettiamo subito in chiaro una cosa», spiega il sovrintendente, «non vendiamo i gioielli di famiglia. E non facciamo nessuna forzatura: la legislazione attuale in materia di Beni Culturali prevede già la possibilità di "affittare" e di dare in locazione i nostri beni. Noi non dobbiamo diventare le vestali delle nostre antichità. Non dobbiamo avere una mentalità da custodi». 
Ma quali sono le antichità che potrebbero essere affittate?
«Abbiamo i magazzini dei nostri musei pieni di oggetti antichi, di opere d´arte, ma anche solo di reperti, dei quali addirittura spesso si perde la memoria. È come se ne facessimo l´ennesimo funerale, lasciandoli nelle condizioni di degrado in cui si trovano. In questa situazione non riterrei per niente blasfemo se qualcuno chiedesse di avere per un po´ di tempo quell´oggetto, quell´antichità a disposizione».
Ci vorrebbero però delle garanzie..
«Certo, garanzie, tutte le assicurazioni del caso e anche, se è possibile, restauri a carico di chi l´ha preso in affitto. Anche questa è tutela».
Ma verrebbero dati solo a istituzioni culturali?
«No, non solo, anche a privati. Gli scambi di opere d´arte tra istituti pubblici ci sono già, sono ben avviati e devono continuare. Ma anche i privati possono essere interessati ad avere un´opera d´arte. C´è stato poco tempo fa il caso dell´emiro di Abu Dhabi che ha chiesto al Louvre una consulenza per fare un "petit Louvre" nel suo paese, con opere d´arte prestate dal museo francese. Quello che ho in mente è un modello di questo tipo». 
Quindi questi pezzi potrebbero andare anche fuori dal territorio italiano?
«Certo, al limite chiedendo un supervalore per qualche bene particolarmente importante. Ma ricordiamoci che nei nostri magazzini insieme a opere di grande valore spesso abbiamo cose normali, come le antiche lucerne. Sono lampadine, in fondo. Trattiamole come lampadine, senza inutile sacralità. Oppure le anfore: siamo pieni di anfore. Si potrebbe pensare, sempre per fare un esempio, che al Cairo vogliano fare un museo sui traffici marittimi nel Mediterraneo antico, e che vogliano avere delle anfore per illustrarli: erano come i nostri container, sono container. Non vedo lo spunto polemico in questo».
E i soldi degli affitti come verrebbero usati?
«È l´amministrazione che ci guadagna, finirebbero nel bilancio del Comune. E ci si potrebbe pagare la manutenzione ordinaria, che è così importante per salvaguardare l´esistente e per non far andare in rovina le nostre antichità. Senza contare che i pezzi dati in locazione verrebbero proprio in questo modo salvaguardati dal deperimento, la sorte che avrebbero se rimanessero nei fondi dei magazzini».

16 ottobre

Archeologi, serie A, B e C.

Quando si toccano i privilegi di chi il lavoro l’ha fisso, ecco scatenarsi il coro delle proteste da qualunque parte si inizi a smuovere le cose. Il privilegio in questione per la verità non è entusiasmante già a partire dal nome: “Indennità di produttività” in campo archeologico è tutto da capire.

Nessuno pensa davvero alla mancanza di prospettiva delle situazioni per cui a fronte di tagli per chi lavora, discutibili quanto si vuole, si son create intere generazioni di archeologi che non lavoreranno mai. Eppure le associazioni e i sindacati si muovono per protestare ogni volta che viene lesa una categoria protetta fino a poco prima.

Per cinquanta archeologi è giusto smuovere politici e proteste, per migliaia che lavorano in condizioni pietose sui cantieri non esiste ad oggi alcuna forma di tutela giuridica.

rdp

 

 

“ROMA - archeologi contro Brunetta: "ci tratta come fannulloni"

P.Brogi.Corriere della Sera (Roma) 02/10/2008

Archeologi sul piede di guerra. I cinquanta funzionari che
sotto la guida del sovrintendente archeologico di Roma Angelo Bottini amministrano i resti dell`antica Roma hanno appena scoperto un «affronto»: l`indennità di produttività, con cui si assicuravano un piccolo ritocco ai loro stipendi che arrivano al massimo dopo trent`anni di carriera a 1.700 euro al mese, è stata spazzata via dalle recenti misure del ministro Brunetta. Protestano e chiamano a raccolta anche gli altri tecnici delle sovrintendenze. 
L`incentivo alla produttività era stato introdotto da Merloni
nel 1994 secondo una logica simile - scrivono gli archeologi a
«quella che molti anni prima aveva guidato l`aumento degli
stipendi dei magistrati, migliorandone la dignità anche materiale».
Ai responsabili dei procedimenti di scavo e dei lavori, ai progettisti e ai direttori dei lavori, si riservava finora un
piccolo riconoscimento economico per premiare l`affidamento
interno delle opere e di conseguenza un risparmio per la
pubblica amministrazione. La legge Brunetta l`ha eliminato.
Inimmaginabili le conseguenze: d`ora in poi tutti gli incarichi
come le direzioni dei lavori o le progettazioni che i funzionari
si accollavano con grandi responsabilità e che comportavano
un risparmio per la pubblica amministrazione verranno ovviamente scaricati all`esterno.
Una frittata insomma per Brunetta, che volendo risparmiare ha trovato il modo di far infuriare il fior fiore degli archeologi e soprattutto di spendere di più.
La protesta scoppia nel giorno in cui viene inaugurata una grande expo sulla tutela archeologica e alla vigilia della nuova
presentazione del certosino lavoro di scavi che in varie parti
della città va avanti con lena, riportando spesso in luce meraviglie che vanno ad arricchire il nostro patrimonio di beni. La mostra ancora da annunciare si terrà nel mese di ottobre sotto
gli auspici del ministero. Ma è proprio allo stesso ministro dei beni culturali Bondi, insieme ai suoi colleghi del governo
Brunetta e Tremonti, oltre che al Presidente della Repubblica e al Parlamento Europeo, che si rivolge ora un`infuocata lettera
sottoscritta da tutti i «colonnelli» del sovrintendente Bottini.
«Siamo quasi tutti ai limiti della carriera, noi tecnici, archeologi, architetti, restauratori scrivono -. Dopo di noi nessuno c`è a cui affidare la tutela del patrimonio della capitale, non lasceremo eredi delle conoscenze e delle competenze acquisite.
E proprio ora, incredibilmente, a coronamento della carriera,
veniamo accomunati ai "fannulloni". Si fa un gran parlare, nel governo, di incentivi alla produttività: ma l`incentivo esisteva,
introdotto con la legge Merloni. La misura iniziale dell`1% era stata negli anni innalzata fino al 2%. L`incentivo, che verrà ridotto dal 2009 allo 0,5%, ci è stato ora praticamente sottratto con la legge 133 dello scorso luglio». Insomma, è
protesta.”

 

“LETTERA APERTA di ASSOTECNICI al Presidente della Repubblica, 
AI MINISTRI BONDI, BRUNETTA, TREMONTI
, 14/10/2008.

In relazione al recente articolo “Archeologi contro Brunetta”, apparso sul Corriere della Sera del 2.10.2008, questa Associazione desidera esprimere il suo totale, pieno appoggio a quanto manifestato dal personale tecnico-scientifico della Soprintendenza Archeologica di Roma.

Si coglie l’occasione per avanzare ancora qualche considerazione sul lavoro quotidianamente svolto da archeologi, architetti e storici dell’arte nell’espletamento delle loro mansioni, che nell’affiancare e coadiuvare la dirigenza nei suoi compiti di tutela e salvaguardia del nostro patrimonio culturale, spesso ne condividono la responsabilità di firma.

L’ampio uso che viene fatto dalla classe dirigente dell’istituto della delega porta da una parte un enorme beneficio all’Amministrazione che, in carenza di quadri dirigenti, riesce a mantenere standards di efficienza e qualità a costo zero; dall’altra, però, espone i funzionari di area C a sovraccarichi di lavoro non indifferenti e a rischi anche penali, senza apportare alcun vantaggio né economico né di carriera.

Infatti le deleghe non vengono, nella maggior parte dei casi, valutate nei concorsi pubblici per la dirigenza nel MIBAC, cosa che può far pensare addirittura ad atti illegittimi o imperfetti, che potrebbero tra l’altro esporre l’Amministrazione a contenziosi per l’operato dei suoi dirigenti.

Questo è ancor più grave se si considera la differenza tra la remunerazione della dirigenza, compresa tra i 3000 e gli 8000 euro, e quella dei funzionari, che giungono al massimo della carriera direttiva con una retribuzione che non supera i 1700 euro.
In aggiunta a ciò, i funzionari tecnico-scientifici del MIBAC hanno un altro preciso diritto-dovere, vale a dirsi quello dello studio e pubblicazione dei dati inerenti il patrimonio culturale italiano, ai fini della tutela e della comunicazione al mondo scientifico: tutto ciò non soltanto in assenza dell’istituto dell’anno sabbatico, previsto in Italia per il comparto ricerca e all’estero per tutti i nostri colleghi – basti pensare alla Grecia - ma addirittura senza permessi di studio, per cui la ricerca diventa un lusso a cui dedicarsi in ferie.
Ebbene, proprio per questo siamo sempre molto criticati per il debito di conoscenza che grava sulle nostre spalle. Ma può capitare che le pubblicazioni scientifiche, così faticosamente redatte fuori dal normale orario di ufficio del tutto gratuitamente, addirittura a spese proprie, non siano adeguatamente valutate, pur se ospitate in prestigiose riviste e atti di convegni internazionali, anzi, valutate pochi centesimi di punto alla stregua di poche righe pubblicate su riviste di grande divulgazione.
Allora, verrebbe da dire, tanto vale risparmiare il sonno e le ferie…….ma per fortuna il nostro impegno è comunque apprezzato e noto, anche in ambito internazionale.


ASSOTECNICI”

 

www.patrimoniosos.it

09 ottobre

Campania, nell’Archeologico qualcosa non va.

Sui  cattivi investimenti, sui fallimenti di gestione nei periodi di crisi (il dopo ‘munnezza’, ammesso che vi sia stato un dopo, come si pensava di gestirlo?Come mai non c’è stata una mostra eclatante come si ama organizzare a Napoli per recuperare un inevitabile calo di affluenza?), sull’incapacità di accoglienza e stabilizzazione del personale cosiddetto ATM (assistenti tecnici museali), le cui sorti sono nient’altro che un’italica pretesa stabilizzazione di precari senza concorso che dal 2000 con contratti illegali porta avanti la macchina di un museo che non funziona?

Ma il Mibac, cui non manca l’ingegno, crea un concorso per 397 posti di “Assistente alla vigilanza, sicurezza, accoglienza, comunicazione e servizi al pubblico” (G.U 56 , 18-7-32008) e chiede un misero diploma.

La breve rassegna stampa la dice lunga su cosa è accaduto all’Archeologico di Napoli questa estate e più in generale al settore anche nel baluardo toscano.

 

La Sicilia e la Campania, ad esempio, sono le regioni che hanno speso di più per la cultura, rispettivamente 432 e 161 milioni di euro, contro i 13milioni del Trentino Alto Adige, i 90 del Piemonte, gli 85 della Lombardia” 
( Arte&Cultura, dal V Rapporto di Federculture.Un Paese tra declino e progresso; II Giornate dell’Arte, marzo 2008; www.patrimoniosos.it)

 

 “E il record negativo spetta all´Archeologico: meno 25% di biglietti staccati il 15 agosto 2008 rispetto al 2007. Dopo il crollo di presenze negli alberghi (oltre la metà delle camere sono vuote), dunque, si delinea una riduzione significativa di presenze nei luoghi dell´arte e della cultura(…).Colpisce, in particolare, il crollo di presenze all´Archeologico, uno dei primi musei in Europa, considerato da sempre una sorta di tappa obbligata per i turisti. Ma i visitatori, nel giorno di Ferragosto, sono stati 672:  230(esattamente, il 25.5%) in meno rispetto al 2007.
Appena 163 gli accessi a Capodimonte, altro museo prestigioso che vanta una media di 537 visitatori al giorno(…)” (Napoli; L´estate nera del turismo visitatori in calo nei musei di M.Pirro; La Repubblica (Napoli) 17/08/2008; www.patrimoniosos.it )

 

“Non è un caso isolato, beninteso: gli addetti al controllo delle sale sono pochi. E costano. Ma quando alla carenza di personale che flagella molti siti d´arte, specie nei periodi di festa, si aggiunge una grave defaillance dell´accoglienza primaria, la grande attrazione diventa un boomerang(…). In effetti, in nessun museo di tale portata si ammetterebbe la mancanza di un pieghevole veloce sulla disposizione delle opere in almeno quattro lingue; il lato sinistro della vicenda porta al sospetto che una tale carenza (addebitabile alla direzione, e soprattutto alle scelte strategiche di Electa e Mondadori) voglia indirizzare i turisti verso l´acquisto dell´elegante volumetto (quello sì, disponibile in inglese, francese, tedesco) del costo di 7,50 €. Sicché, visitare un Museo che ha quasi la metà delle sue sale chiuse, costerebbe in totale 13,50 euro. Pessimo record, perfino per Napoli”.

(Napoli; “Archeologico, un Museo a metà” di C.Sannino in La Repubblica (Napoli) 14/08/2008; www.patrimoniosos.it)

 

“Abituati a considerare Firenze, Pisa e Siena tre baluardi capaci di attrarre turismo in ogni stagione e in qualunque situazione, la Toscana deve fare i conti con il bruttissimo -4,3% fatto registrare dagli alberghi fiorentini che, secondo Federturismo hanno avuto un’occupazione media dei posti letto appena superiore al sessanta per cento.
Pisa, invece, ha avuto una diminuzione del 2,4% delle presenze che ha portato il tasso di occupazione delle strutture ricettive al 55%, un livello preoccupante che indica che mediamente in ogni albergo una camera su due resta vuota.
Peggio ancora è andata a Siena: un sondaggio della Confesercenti provinciale segnala che nella città del Palio il calo ha oscillato tra il 10 e il 12 per cento. …Complessivamente, il 2008 rischia di essere ricordato come un «anno orribile» per il turismo di un po’ tutte le città d’arte, ma nel triangolo compreso tra Firenze, Pisa e Siena sono sparite centinaia di migliaia di presenze che condizioneranno pesantemente il consuntivo dell’intera regione, interrompendo così una promettente ripresa che era in corso da un paio d’anni.”

(Firenze.”L’estate nerissima delle città d’arte. Siena (-12%), Firenze (-4,3), Pisa (-2,4): un bollettino di guerra” di C.Bartoli, Il Tirreno-Toscana, www.patrimoniosos.it )

 

Commentare è superfluo, i dati e le cronache parlano da soli. Il settore è in crisi non solo per mancanza di risorse e di personale, ma di idee che partono spesso dai giovani e dalla loro pulizia mentale a fronte di un paese affetto da gerontocrazia.

rdp

01 settembre

Problema concorso Archeologi

In questi giorni la prof.ssa Anna Maria Bietti Sestieri, presidente dell’Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria ha inviato una lettera al Ministro Bondi, relativa al concorso in G.U. n. 56 del 18/7/2008 relativo al reclutamento, tra l’altro, di 30 nuovi Archeologi.

Leggete la lettera all’indirizzo:

www.iipp.it/wp-content/letteraxBondi.pdf

o nel link apposito in www.mariotrabucco.net

cui ha fatto seguito la risposta firmata rdp :

 

Al Presidente dell’Istituto Italiano di  Preistoria e Protostoria,

          Prof. dr. Anna Mari aBietti Sestieri

     sede.

 

Gentile Prof.ssa Bietti-Sestieri,

ho letto la lettera che a nome ed in qualità di Presidente dell’IIPP ha indirizzato al Ministro Bondi, e per conoscenza al Segretario Generale, al Direttore Generale e al presidente del Comitato di Settore per i BB.CC.

Sono la dr.ssa (…segue presentazione di rdp)

Nella lettera, lei esprime la più viva e fondata preoccupazione per le modalità di svolgimento del concorso per 30 posti di Archeologo (G.U. 56 del 18/7/2008) e ne rileva, tra l’altro, il carattere generico rispetto alle molte specializzazioni che compongono la disciplina cui lei stessa ha dedicato una vita.

Le scrivo perché conosco il suo impegno profuso tante volte sulla questione dell’archeologia stessa, dai Dialoghi di Archeologia, che le toccò chiudere con un editoriale che ricordo ancora molto bene e che mi è caro come un pezzo di storia della disciplina. Le scrivo perché lei è la stessa che ci ha fatto conoscere Osteria dell’Osa, ormai un testo classico della letteratura scientifica archeologica, ed infine perché anche quest’anno, quando è venuta a Napoli al Museo Archeologico, io ero in platea a porle domande sullo sviluppo di Roma e del Lazio Antico e l’ho sempre stimata per quell’interesse antropologico, per una archeologia dei vivi, che caratterizza i suoi studi.

Ora, le vorrei porre ancora molte domande relative alla lettera che ha scritto, ma una su tutte per sintetizzare mi è venuta in mente leggendola: è assolutamente lecito chiedere da parte Sua che le commissioni d’esame non siano costituite solamente da funzionari delle Soprintendenze, ma per noi giovani, qual è lo spazio ancora residuo che ci resta tra le Istituzioni ( Università e Soprintendenza ) che oggi profondamente respingono ogni nostro ingresso sia nel mondo della ricerca che nel mondo del lavoro?

A tal proposito, io le segnalo la petizione che la Confederazione Naz. Archeologi e l’Ass. Naz. Archeologi hanno congiuntamente aperto ( www.firmiamo.it/concorsoarcheologi18072008 ).

Le scrivo soprattutto come aspirante protostorica, anche se ho poche speranze di diventarlo davvero, mentre il mio lavoro quotidiano si consuma tra cantieri mal pagati e concorsi ingiusti, perché conosco il percorso in salita e ormai, al massimo grado di studio previsto, il dottorato, non ho speranze di fare altro, perché non c’è spazio, né fondi, né volontà di farmi andare avanti.

Ma pure, mi piacerebbe essere giudicata per quello che ho studiato e avere delle umane possibilità di continuare a svolgere il mio lavoro, migliorandolo, ora che lo conduco invece per i cantieri della Campania, come un mercenario, come uno di quei fossori che il Bandinelli citava.

Se il Ministro Bondi la riceverà, la prego di portare la voce di tanti di noi, quella di tanti ragazzi che non hanno nemmen più i Dialoghi di Archeologia, ma un futuro cupo davanti.

Forse ci sarebbero molte cose da cambiare e discutere all’interno delle due associazioni di categoria ( www.archeologi.org ) , anche se abbiamo tutti faticato molto per tentare di unire i disagi di quelli che sono migliaia di lavoratori e studiosi/studenti: cara professoressa, oggi siamo in molti, quello per cui avete lottato in parte si è concretato ( una apertura democratica dell’archeologia ) ma, oggi, noi giovani ci sentiamo abbandonati completamente da quel vertice accademico che pure ha lottato.

Io vorrei continuare a fare il mio lavoro e studiare, attendere qualche concorso più giusto cui poter aspirare, e vorrei essere la memoria vivente di una generazione di studiosi che non ha visto la resa di chi ha raggiunto l’apice delle Accademie, ma ha compreso invece il disagio degli allievi che per ragioni storiche non potranno mai aspirare a carriere tanto brillanti.

Un disagio vitale, di futuro, di prospettiva di cui non le voglio far carico personalmente, sia chiaro, ma pure debbo sottolineare perché noi, dottorandi e ricercatori, assegnasti, lavoratori di cantieri paghiamo sulla pelle tutti i giorni.

Pertanto, carissima professoressa, le allego i nostri indirizzi, affinché possa, se vuole, aiutarci a costruire meglio quel futuro che ci manca e offrirci quella memoria di cui abbiamo bisogno per proseguire quell’attivismo archeologico, dove fu lasciato.

In uno dei post nel nostro Blog io ho citato proprio quell’editoriale che lei scrisse ormai 17 anni fa:

“…la soluzione più saggia consiste quindi nel prendere atto della fine di un’esperienza complessivamente positiva, che però non è riuscita a costruire una saldatura organica tra  l’archeologia storico-artistica e storico-antiquaria tradizionali e le nuove proposte dell’archeologia antropologica e stratigrafica. E’ un fallimento che ci allontana da una prospettiva di storia integrale, dal momento che una qualsiasi parte della disciplina, per quanto valida in sé stessa, non può né potrà essere presa per il tutto” (www.direzione-anablog.spaces.live.com).

Il punto è nodale ancora oggi, se lei scrive una lettera ad un Ministro, nella quale rileva le varietà in cui la nostra disciplina si s-compone: è mutata la sostanza della divisione ma pure, ottenuto che ci fossero tante archeologie, non riusciamo ancora a tutelare la disciplina in sé e chi la porta avanti.

Oggi le domande sono diverse è vero, forse alcune erroneamente abbandonate, anche per mancanza di sopravvivenza da parte di chi potrebbe porle ( i giovani studiosi ).

Pertanto cara professoressa, la invito a firmare la nostra petizione, o a scriverci le sue idee, a conoscerci e se vuole ad incontrarci.

Ci aiuti, perché anche la speranza per noi è difficile da rinsaldare giorno per giorno.

I miei più cordiali saluti,

                  dr.ssa ( rdp, seguono indirizzi mail )”

10 agosto

Archeologia e società: statiche e dati.

Il rapporto AlmaLaurea 2008 parla chiaro: il nostro è il paese malato di immobilismo sociale :

“Nella nostra penisola, infatti, solo chi è figlio di genitori laureati, ad un anno dal conseguimento del titolo, risulta essere più impegnato nella formazione (36%) rispetto ai figli di genitori con la licenza elementare (15,5%). Altri elementi interessanti emergono, poi, dal confronto tra laurea dei padri e laurea dei figli. "Ci sono molte più coincidenze di quanto ci si sarebbe potuto attendere - spiegano da AlmaLaurea - sintomo di quella scarsa mobilità sociale, da più parti denunciata, che ingessa il Paese". E questo "non solo nei percorsi di accesso alle professioni liberali dove si potrebbe perfino parlare di vera e propria ereditarietà del lavoro svolto". Dal rapporto risulta, infatti, che il 44% dei padri architetti ha un figlio (maschio) laureato in architettura, il 42% dei padri laureati in giurisprudenza ha un figlio con il medesimo titolo di studio, il 41% dei padri farmacisti ha un figlio con lo stesso tipo di laurea, il 39% dei padri ingegneri ha un figlio ingegnere, il 39% dei padri medici ha un figlio laureato in medicina”

( www.diregiovani.it , rapporto AlmaLaurea del 28 febbraio 2008).

“Il contesto più generale è così caratterizzato: 
- il sistema universitario italiano ha licenziato un numero di laureati quasi doppio rispetto a quelli prodotti alla vigilia della riforma universitaria: oltre 300mila nel 2006 rispetto a poco più di 152mila nel 1999. Ma la crescita, ancora insufficiente per recuperare il ritardo a livello europeo, sembra già esaurita. Il numero dei laureati è stimato in calo del 12% tra il 2005 e il 2006, ed è destinato a ridursi ulteriormente per il calo del 9% degli immatricolati negli ultimi quattro anni. All’anagrafe si è perso il 42% dei diciannovenni dal 1984 al 2007.
- la spesa per studente universitario dovrebbe aumentare di circa un quarto per raggiungere la media europea e quasi triplicare (oltre 12.000 euro a studente in più) per posizionarsi al livello degli Stati Uniti. 
- il 75% dei laureati porta a casa per la prima volta la laurea. E’ la conseguenza della bassa scolarità di terzo livello della popolazione adulta: solo 8 italiani su cento di età 55-64 anni vantano un titolo di studio corrispondente. A livelli più bassi, tra i 30 paesi OCSE, risultano soltanto, nel 2005, Portogallo e Turchia (7%). Nella popolazione più giovane (25-34 anni) abbiamo meno laureati (16%) rispetto alla popolazione di età 55-64 nei Paesi OCSE (19%).” (www.almalaurea.it )

Penso che queste cifre si commentino da sole; siamo il paese dal 75% di prime lauree in famiglia e contemporaneamente quello della tradizione della prosecuzione del lavoro di papà che ha l’attività avviata. Il paese del “familismo amorale” di Umberto Galimberti (per approfondire la tematica cercate su motore di ricerca questa definizione).

Immobilismo sociale, riflettiamo cosa c’entra con l’archeologia.

Dal libro del filosofo Vladimiro Giacchè ( La fabbrica del falso.Strategie della menzogna nella politica contemporanea, ed. DeriveApprodi, 2008 ) riporto statistiche allarmanti: la percentuale del lavoro stabile in trenta anni è passata dall’85% al 25%. Non solo, l’occupazione precaria si traduce in lavoro da soglia di povertà: 3.000.000 di lavoratori al di sotto degli 800 euro mensili, 3.000.000 di lavoratori sotto i 1.000 euro mensili.

Dunque esiste una povertà che nasce strutturalmente dal lavoro, dalle sue basse rendite.

Fa notare qualcuno che questo vuol dire creazione di un soggetto proletario, anche se è abitudine rifiutare oggi, non solo un linguaggio che pare arcaico, ma anche la definizione stessa di classe sociale. Eppure, potremmo con tutta comodità aggiornare il lessico…a conti fatti, con un reddito medio tra i 6.000 e i 7.000 euro all’anno, per gli archeologi liberi professionisti che lavorano ( si prega di guardare i post sulle tariffe ), possiamo dichiaratamente sottoscrivere la definizione di proletariato intellettuale e rientrare ragionevolmente in quei 6.000.000 di precari, cifra più/cifra meno. Veniamo propriamente alla nostra categoria di lavoratori.

“L’archeologo tipo che viene fuori dal dossier, preparato in due anni di raccolta dati, è donna (72,01% contro il 27,99% di uomini), ha circa 30 anni (oltre il 50% ha tra i 28 e i 32 anni), è laureata con il vecchio ordinamento (64,23%) prevalentemente in Lettere Classiche indirizzo Archeologico (67,80%) oppure in Conservazione dei Beni Culturali (26,78%),non ha proseguito gli studi dopo la laurea (43,40%) e, quasi la metà, lavora per conto di Società e Cooperative private (45,25%) in scavi legati alla realizzazione di grandi opere” ( www.archeologi.org )

E’ questo il dato del primo censimento sulla realtà degli archeologi italiani, voluto dall’ANA; il primo tentativo di analizzare la nostra realtà collettiva, di classe.

L’immobilismo sociale, che ingessa questo paese nelle sue strutture governative, economiche ed in definitiva anche intellettuali, si traduce nella difesa degli interessi di gruppi più o meno estesi.

Come accade praticamente?

Per noi archeologi, in almeno 5 proposte di legge che giacciono in parlamento a partire dalla più recente n. 3614 sull’istituzione degli albi degli storici dell’arte e degli archeologi,  quelle del 1991 commentate in La laurea non fa l’archeologo da M.Bettelli, e del 1993 proposta n.1768 (tutte scaricabili da motore Google).

rdp

Archeologia del lavoro al femminile.

Questi i dati del 2007:

“il 70% dei lavoratori atipici sono donne, con un età che va dai 18 ai 34 anni e un titolo di studio superiore (diploma o laurea)[…] Alcune simulazioni sul futuro pensionistico delle lavoratrici precarie mettono in luce un aspetto preoccupante: con 35 anni di anzianità e 57 anni di età, una lavoratrice non riuscirebbe a raggiungere una pensione mensile superiore ai 367 euro” (www.jobtalk.it)

Questi i dati del 2008:

“L'IRES - CGIL ha presentato il rapporto 2008 sull'incontro tra donne e lavoro atipico. Dai dati emerge che in Italia il 53% dei lavoratori "precari" è donna. Secondo la ricerca le "precarie" rappresentano il 19% dell'occupazione femminile contro un rispettivo 11% maschile. La probabilità di essere “precario” in età adulta è maggiore per chi lavora nel Mezzogiorno con un'età compresa tra i 35 ed i 54 anni. La precarietà tra le donne assume caratteri peculiari ovvero riguarda persone più adulte, che svolgono impieghi marginali, con contratti di breve durata, orari limitati e imposti e minori opportunità di transizione verso occupazioni stabili(…)”

(www.bancalavoro.it)

Anche se le cifre non sono precisamente quelle riportate da queste due fonti diverse (di cui la seconda è ministeriale) e c’è un margine di discussione tra le parti tra gli anni di riferimento, la nostra economia e le relative posizioni femminili mostrano una condizione occupazionale arretrata rispetto alla media europea, e questa non è una novità.

A questo ritardo cronico si somma la mancanza di una vera e propria politica che tenda a colmare le discrepanze fra i generi; pari opportunità sulla carta e talvolta neppure in quello.

Nell’ambito della questione del lavoro atipico e precario, gli archeologi, o per meglio dire le archeologhe, occupano un posto rilevante. Secondo i dati del censimento nazionale promosso dall’ANA, l’archeologia è prevalente al femminile (“L’archeologo tipo che viene fuori dal dossier, preparato in due anni di raccolta dati, è donna (72,01% contro il 27,99% di uomini), ha circa 30 anni (oltre il 50% ha tra i 28 e i 32 anni), è laureata con il vecchio ordinamento (64,23%) prevalentemente in Lettere Classiche indirizzo Archeologico (67,80%) oppure in Conservazione dei Beni Culturali (26,78%),non ha proseguito gli studi dopo la laurea (43,40%) e, quasi la metà, lavora per conto di Società e Cooperative private (45,25%) in scavi legati alla realizzazione di grandi opere”  www.archeologi.org ).

Dunque si può definire l’archeologia in Italia come una vera e propria questione di genere, in cui la disparità di trattamento, l’atipicità dei contratti e la mancata stabilizzazione ricade prevalentemente sulle donne e sulla mancanza di tutele che ad esse toccherebbe: biologicamente parlando, una lavoratrice atipica paga in termini lavorativi ed economici, la possibilità di generare un figlio.

Figuriamoci una lavoratrice atipica da cantiere.

Questa può essere una delle ragioni per cui al massimo sui 35 anni si smette di fare archeologia fra le donne, per dedicarsi ad altro e costruire una famiglia stabile, seguendo quella naturale predisposizione che nel secolo scorso e nell’ideologia fascista, portava la donna in casa o al massimo a scuola, dedica ad occuparsi del ruolo educativo della società.

Una sorta di evoluzione del problema che attanagliava le nostre colleghe di inizio secolo che dopo le specializzazioni, magari ad Atene, se non entravano nel pubblico impiego (raramente da ispettrici,e più in generale in ogni ordine e grado della scuola pubblica) finivano col cadere nel dimenticatoio degli studi archeologici. Come dire, cambia il secolo, il problema evolve nel suo contesto storico, ma è ben lungi da una soluzione, tanto quanto nel secolo scorso.

rdp

01 agosto

...ABBIAMO TANTO DA FARE...

Cari soci,
prima di tutto, vi chiedo scusa se intervengo solo ora ma mi è stato difficle connettermi a causa della preparazione della missione in Giappone...mi farò sentire anche da lì!
Ho letto con molto interesse tutti gli interventi al post della Dott.ssa Di Poce e l'enfasi e la passionalità che avete usato mi riempie di speranze.
Comincio seguendo una serie di appunti che ho preso leggenfo i commenti.
Per prima cosa le problematiche relative al concorso bandito dal Ministero. Nessuno all'interno dell'Associazione è convinto che si tratti di un cocorso "fatto bene" e risolutivo...anzi, non lo è affatto. La mancanza di coerenza dello stesso deve essere fatta risalire alla solita mancanza di consapevolezza delle funzioni dell'archeologo e dei titoli necessari affinchè questi possa essere considerato tale. Conseguentemente se non si stabiliscono i criteri di valutazione ed i metodi di riconoscimento della professione è difficile intervenire. Ecco perchè riteniamo che anche quest'aspetto rientri nella lotta al riconoscimento professionale che, con immensa fatica, stiamo portando avanti.
E' ovvio che devono cambiare anche le modalità con cui si svolgono i concorsi. Il quiz è chiaramente il modo più veloce, ma al contempo, più superficiale di valutazione che, di certo, non garantisce la vittoria per processi meritocratici.
L'Associazione, quindi, essendo argomenti legati, inserirà come consegueza alle nostre richieste le modifiche ai concorsi. Qualcuno dirà: "ma ormai questo è andato!", purtroppo la lotta che stiamo portando avanti non è assolutamente facile, quindi bisogna essere costruttivi e pazienti...fino a quando non si ottiene il riconoscimento della professione e si stabiliscono le caratteristiche formative, curricolari e di esperienza dell'archeologo, risulta difficile intervenire.
Lo stesso problema è legato alle caratteristiche formative dell'archeolgo. Fino a quando non passa la proposta (da noi formulata) dei requisiti formativi per svolgere la professione, ci saranno sempre forti contrasti. In primis, quello relativo alla triennale. Non solo la trattazione di questo argomento è difficile di per se perchè bisogna trovare il modo di combatterla dall'interno, in quento una lotta generica al "nuovo ordinamento" va al di là della nostra materia di lotta, ma anche dal fatto che la cosiderazione che si ha dei triennalisti varia da regione a regione: in Campania un triennalista non può svolgere la professione di archeologo, mentre in Piemonte, ad esempio, uno specializzato si può trovare a lavorare su un cantiere gestito da un triennalista...una vera assurdità!
In generale, in questa fase argomentativa, rientra la discussione sul rapporto esperienza/titolo. Entrambi i punti di vista sono validi: uno specializzato e/o dottorato non è detto che abbia l'esperienza per gestire o lavorare su un sito archeologico (anche per colpa della mala organizzazione delle scuole di specializzazione), al contempo però il lavoro dell'archeologo non è unicamente quello "pratico", "tecnico" del cantiere (termine che odio perchè lega il sito archeologico ad una terminologia di stampo edile) ma riechiede competenze scientifico-teoriche non necessariamente possedute da chi, in un modo o nell'altro, svolge la nostra professione da 10 o 15 anni.
Ne consegue che il documento dell'ANA (ormai in fase conclusiva) prevede la presenza di due livelli (tutto ciò votato democraticamente al I° Congresso Nazionale) la cui costituzione ha dovuto tener presente vari elementi: il problema dei triennalisti, quello dell'esperienza e quello del titolo.
Ne è venuta fuori una tabella che (sempre per votazione) ha escluso i triennalisti dalla qualifica di archeologo (un modo questo per combattere questa degenerazione universitaria e spingere le "nuove leve" a non limitarsi ai tre anni); consideri la laurea il requisito minimo per essere considerato archeologo, insieme ad un tot (da concordare) di anni di esperienza (2° livello); e valorizzi il titolo superiore, specializzazione e/o dottorato, insieme ad un tot di anni di esperienza (archeologo di 1° livello). Per i particolari, tutti i soci verranno messi al corrente una volta terminato il documento.
Tutto ciò deve assolutamente prevedere una sanatoria perchè le leggi non sono retroattive, quindi una struttura che sani la posizione di chi fino ad ora non ha, ad esempio, preso titoli superiori perchè non gli era richiesto. Da questi sono esclusi chi assolutamente NON E' ARCHEOLOGO (geometri, ingegneri ed appassionati avvocati).
A mio parere, quella dell'archeologo è una professione di altissima specializzazione...è una scienza e fin quando esiste la situazione attuale di sfruttamento e di imprigionamento dell'archeologo al "cantiere"ed alle assistenze, non se ne verrà fuori. Basta con l'idea dell'archeologo-operaio, basta, però, anche agli archeologi che si oscurano nelle biblioteche. E' una scienza, siamo scienziati e come tali dobbiamo avere grandi conoscenze teoriche (da ampliare ed approfondire vita natural durante) ma capaci di eseguire ricerche di campo, avere una mentalità pratica ed essere capaci di gestire uno scavo.
Il motivo per cui l'ANA al principio della sua esistenza ha focalizzato l'attenzione sulle problematiche relative al "cantiere" è semplicemente per trovare un punto di partenza che non poteva essere altro che il luogo in cui l'archeologo veniva (e purtroppo viene ancora) sfruttato e spogliato delle proprie competenze e della sua essenza di scienziato.
Sono concorde sul fatto che non bisogna piangersi addosso. Manifestare, gridare al problema, far sentire la propria voce non ha senso se tali azioni non vengono accompagnate da un reale "cambio di comportamento", nel senso che VI E' LA NECESSITA' DI INIZIARE A DIRE NO e su questo sono perfettamente in accordo con Michela Ascione. Ci vogliono liberi professionisti...bene...comportiamoci da tali!!!
Per quanto riguarda le proposte in parlamento, capisco che siete (e lo sono anch'io) sfiduciati, ma qualcosa si è mosso e lo dobbiamo solo a noi stessi ed alla nostra manifestazione. Stiamo seguendo da vicino la cosa, ci hanno riconosciuto la "paternità" del movimento e della base formulativa della proposta...nessuno ha mai detto che è facile...ma abbiamo ottenuto un grande risultato che deve, però, concretizzarsi...questa volta ho fiducia, ma abbiamo bisogno della forza di tutti quindi mi associo a pieno con Rossana Di Poce nell'invitarvi a partecipare attivamente nelle formalazioni dei documenti, mettendo le vostre conoscenze a favore di tutti gli altri colleghi in questa lotta comune. Vi invito dunque a entrare nei direttivi delle vostre regioni; con chi è a Napoli, o vicino, prendiamo un appuntamento e vediamoci in sede...cerchiamo di essere più uniti e qualcosa otterremo. Ora ci conoscono, ora sanno che ci siamo uniti e nessun arheologo è più solo alla mercè degli altri...uniti possiamo vincere...divisi dobbiamo solo espatriare.
 
Grazie per l'attenzione e scusate se sono stato prolisso
 
Dott. Daniele Petrella
Direttore
31 luglio

Professionisti del sapere o esperti del fare?

L’atroce dilemma…. ma non voglio fare una sterile polemica. Tutt’altro. Vorrei dare qualche elemento di riflessione per indirizzare il compromesso.

I compromessi si possono fare, e in politica si ha il dovere di cercarli, ma bisogna avere ben chiaro fino a che punto si può arrivare, qual’è la base di richieste non negoziabili. Questo è possibile, ma a patto di sapere con chiarezza dove vogliamo arrivare, cosa vogliamo ottenere, in sostanza sapere per cosa combattiamo.

E’ la vecchia ma sempre utile distinzione tra mezzo e fine; e se talvolta si può ritenere lecito che il fine giustifichi i mezzi non è mai successo che i mezzi abbiano giustificato un fine. Esiste una gerarchia naturale e logica. E qual’è lo scopo dell’archeologia? Attraverso quali mezzi si prefigge di raggiungerlo?

Noi ci occupiamo di studiare, valorizzare e conservare ogni testimonianza materiale della vita passata dell’uomo in quanto riflesso ed espressione dei suoi valori, credenze, tradizioni e saperi in continua evoluzione (cfr. Conv. Europea sul valore del patrimonio culturale, art. 2 lettera “a”). Ovvero l’archeologo si occupa, attraverso la parte materiale dei documenti, di identità e memoria. Studiamo il modo in cui eravamo per capire in fin dei conti quanto le varie epoche hanno contribuito al nostro essere come siamo. Conserviamo e archiviamo le foto del nostro album di famiglia. Prendete un uomo, privatelo della sua identità e della sua memoria e, violando qualunque formulazione di diritto umano, capirete perché é importante quello che facciamo.

Ma noi siamo anche presuntuosi, perché questa storia di famiglia, questa ricerca di noi stessi, la vogliamo anche scientifica. Miriamo ad una irraggiungibile, ma molto desiderabile, oggettività. Attraverso il linguaggio universale della scienza volgiamo che anche chi è diverso da noi -perché ha avuto una storia diversa, non a caso- comprenda chi siamo e perché siamo così. Mirare al riconoscimento reciproco attraverso lo studio dell’identità nostra e altrui è il nostro piccolo contributo ad una società che si oppone alla spirale ignoranza-invidia-paura-odio-sopraffazione che tanta parte ha avuto nell’ultimo secolo.

Come può pretendere di chiamarsi e farsi chiamare archeologo un geometra con vent’anni di esperienza di scavo? Come contribuisce costui alla scientifica ricostruzione della nostra identità e memoria? In fin dei conti… perché scava? Il fatto di avere grande esperienza dei mezzi come può compensare la mancanza di lucidità sui fini?

Il geometra, il laureato triennale, persino quello specialistico ormai, possono e devono partecipare allo scavo. Ma non possono dirigerlo. Non possono essere investiti della responsabilità ultima di interpretare. Va benissimo il lavoro di equipe ma anche una equipe va diretta da qualcuno, va guidata. E questo per il bene di tutti quanti, per il bene della conoscenza di tutti quanti.

Nelle botteghe degli artisti c’erano il maestro, gli allievi, gli apprendisti e i garzoni. Ai ruoli subalterni non corrispondeva una accezione negativa, perché ognuno sapeva bene che un giorno dopo l’altro costruiva la sua ascesa sulla scala gerarchica, ognuno di loro desiderava un giorno di diventare maestro. Ma non era solo questione di tempo, di giorni passati a rimestare colori. Bisognava apprendere l’arte, la teoria del colore, la composizione. Solo una sciocca vanità poteva far sì che un garzone di lungo corso chiedesse di divenire maestro. Ma questo succedeva allora.

Mario Trabucco

(post pubblicato anche su http://mariotrabucco.net)

21 luglio

Che cosa ci tiene insieme (ovvero le ragioni dell’ANA).

Da quando l’ANA è stata fondata a oggi, molte sono state le tematiche affrontate, molti i punti su cui si è fondata la ‘lotta’ per il riconoscimento della professione dell’archeologo. Chi era a Roma, (il 14-6-2008) alla Prima Manifestazione Nazionale, ed ha ascoltato gli interventi dei delegati, soci/rappresentanti, avrà potuto constatare che dal dibattito teorico su ‘chi è l’archeologo e cosa fa’ si è passati di fatto ad una richiesta più coraggiosa: il riconoscimento dei diritti del proprio lavoro. In questo senso va anche l’intervento attualmente pubblicato sul sito dell’Associazione (www.archeologi.org);  si parla di lavoro, di professione fantasma, di mancanza di tutele. Ecco, questo è un punto nodale che spiega la ragione della nostra associazione: l’archeologia è una realtà che esiste, è una professione che esiste, che lo Stato demanda senza normare alle cooperative, alle società, al privato. Dunque, non siamo più nel campo teorico: molti di noi, forse i più fortunati, svolgono tale professione, altri hanno studiato per poterlo fare e non riescono o mollano perché è praticamente impossibile resistere in un lavoro fantasma, privo di diritti o riconoscimenti. Per questa ragione io credo, non possiamo mollare la lotta e l’unità: a prescindere dalle idee personali o da posizioni più o meno coerenti sulle questioni tematiche o parziali. Qualunque cosa è migliorabile, ma non possiamo concepire una associazione come qualcosa di passivo: il nostro è un ESERCIZIO DI DEMOCRAZIA, in un Paese che perde colpi ogni giorno. E l’unica forza che ci rimane è l’unità: non vi aspettate che l’Associazione faccia qualcosa, cosa voi fate per l’Associazione è il metro con cui misurare le cose, ma anche e soprattutto continuare a fare qualcosa. Non bisogna perdere la motivazione che è molto elementare: singolarmente non esistiamo e le ragioni che ci tengono insieme vanno rifondare e rinsaldate ogni volta. Muoversi in 300 come è accaduto a Roma, è già visualizzaci. Spero che questo semplice messaggio passi, perché è di ciascuno che abbiamo bisogno: io credo che nonostante le incomprensioni molto sia stato fatto, ma non ci si deve attendere subito un risultato che se non arriva, giustifica una perdita di entusiasmo o partecipazione.  Abbiamo innanzitutto un problema culturale: la nostra esistenza. Nessuno ci conosce, tutti ci scambiano per Indiana Jones e le Università (i luoghi in cui ipoteticamente ci si forma) hanno perduto il contatto con la realtà lavorativa e soprattutto storica del Paese. Per questa ragione unirsi dandosi delle motivazioni equivale a fare numero: a dire IO ESISTO/NOI ESISTIAMO; solo dopo il riconoscimento della propria esistenza, i tanti movimenti per i diritti, hanno ottenuto risultati nel corso degli anni. Ecco perché si deve pensare e molto ( Cogito Ergo Sum ).

Molti di noi, lavorano alle dipendenze emotive/culturali -che è peggio della dipendenza economica- delle strutture esistenti: attendono che si liberi un posto, attendono un lavoro, sottostanno a scelte di professori o non contrattano il proprio lavoro. Siamo il Paese che ha ideato la gens, questo insegna il mio lavoro. Qualcuno nel blog sosteneva che il bisogno genera la clientela, ma non è la sola scelta possibile: esiste anche la questione del diritto. L’Italia in questo momento storico attraversa un lungo momento di crisi perché la sua struttura sociale è pervasa da un dubbio: diritto familistico (nell’accezione più ampia) o diritto democratico? Tra raccomandazione e meritocrazia, mentre il mondo va avanti, soprattutto con le economie emergenti, le nostre italiche  querelle fanno sorridere. Noi non siamo il Paese delle rivoluzioni, né quello della giustizia: siamo Tangentopoli, emergenza rifiuti, conflitto di interessi e quanto altro vi viene in mente; elementari questioni di diritto violate,, di mancanza di coscienza sociale del diritto. Ecco perché l’Associazione, grossomodo di trentenni (e qualcuno anche più grande) in crisi di futuro, è una grande scommessa.  La nostra è la generazione della crisi sistemica, che ha difronte la globalizzazione, la Cina che entra nel mondo antico

-quel che ne resta, tipo olimpiade-  e che aspira come Roma prima di lei (dopo le lusinghe ateniesi) a uscire dal concetto di barbaro. Una cosa mi colpiva a Roma, mentre reggevo lo striscione con sopra scritto “Il lavoro archeologico non è una merce”: tra la Colonna Traiana e l’Altare della Patria, passavano turisti in quantità, del lavoro che ci dovrebbe far vivere, la nostra unica industria.  Le generazioni di trentenni come noi, hanno un futuro incerto e solo la giovinezza dalla loro: rispetto a chi ha lo stipendio assicurato e la poltrona fissa, noi non abbiamo che la forza di cambiare. Militanza, idee, partecipazione partono da un assunto: la disparità sociale.  Apparentemente questa è andata scomparendo, e con essa le parole di ideologia e impegno personale. Oggi è molto chiaro ai più accorti: di diritti ce ne saranno sempre meno e non solo per gli archeologi. Ora tocca a ciascuno nel proprio quotidiano, lavorare per cambiare le cose, in un momento buio. E questo è il secondo punto: coscienza sociale e culturale, altresì definibile come coscienza storica nella sua globalità. Il nostro lavoro ci porta a riflettere sulle ragioni storiche attuali e passate per cercare una coesione lunga da costruire ed un impegno personale a modificare nel quotidiano le cose (come la contrattazione e il riconoscimento dei diritti del proprio lavoro).

A me sembra che per unirci abbiamo molte e pressanti ragioni.

Rdp

Sulle Tariffe da archeologo

Il problema delle tariffe è molto complesso, non è semplice risolverlo in poche righe. Ci sono una serie di aspetti da tenere in considerazione.

Ritengo, innanzitutto, che non esista la tariffa perfetta, che vada bene in tutti i casi e per chiunque. I due elementi principali da tener in considerazione sono: esperienza e specializzazione (non nel senso accademico ma di campo) e tariffe delle società per le quali si va a lavorare.

Tutto ciò premesso che si sta parlando di liberi professionisti con partita IVA, perché il discorso cambia negli altri casi.

L’esperienza-specializzazione fa si che il libero professionista abbia un determinato valore-prezzo sul mercato, tale valore a discrezione del professionista può essere variato. Esempio: io penso di valere 10, mi chiamano per un lavoro rognoso, poco qualificante, con molte spese: chiederò 12. Invece, mi chiamano per un lavoro interessante, vicino casa, con prospettive: chiederò 8.

Ricorda che ci sono avvocati riconosciuti e famosi che a volte difendono gratis per prestigio, ma sta a loro stabilire le tariffe, con le dovute conseguenze e rischi qualora siano troppo alte.

Altro elemento importante da tener conto: le tariffe alle quali le società hanno vinto gare o affidamenti. Non sono ovviamente obbligate a riferirlo a noi. Ma tale elemento è quello più incisivo e irritante. Esempio: società TOT vince gara a 16 e vuole darmi 10. Mi può star bene. Ma se vince a 22 e mi da 10, la cosa è molto irritante. Ci sono società che modificano le loro tariffe a secondo dei ribassi e delle spese da sostenere; mentre ci sono altre che fanno lo stesso prezzo a tutti e sempre, indipendentemente dalla professionalità, anni di esperienza, ribassi, distanza e spese da sostenere.

Fino ad ora è successo questo. Erano le società che facevano il prezzo, seguendo la loro filosofia. Le lettere d’incarico erano scritte da loro (quando le facevano) e mai contrattabili o contestabili.

Dobbiamo sovvertire tutto questo. Dobbiamo fare in modo che le regole del libero mercato siano applicate anche a noi. E su questa linea non bisogna aspettare ne norme, ne liste, ne altro. E’ contrattazione quotidiana e individuale, ma al tempo stesso collettiva, perché come voi ben sapete se io rifiuto e gli altri non lo fanno sarò solo io a non lavorare. Le tariffe non crescono? Le dobbiamo far salire noi.

Altro aspetto altrettanto importante. Tempi dei pagamenti. I pagamenti ai singoli professionisti vanno stabiliti e NON devono essere in relazione ai pagamenti alle singole società. Spessissimo accade che le società pagano solo dopo aver ricevuto i loro pagamenti, a tre, a sei mesi, a 1 anno e a volte oltre. Questo è gravissimo! Quando si contratta la cifra si deve anche contrattare il tempo del pagamento. E in questo dobbiamo anche incidere sull’uso improprio del vocabolario: spesso ti senti dire dopo 4 mesi di lavoro “Mi dispiace ma io non posso anticipare”. ANTICIPO: significa pagamento prima della prestazione professionale! NON pagamento prima di aver ricevuto il proprio compenso. Questo penso sia l’aspetto più grave che ci sia. Se le società non sono in grado di ottemperare ai pagamenti, chiudano.

Michela Ascione

17 luglio

Archeologa, con la D maiuscola.

A chi fosse interessato all’argomento donna e archeologia, segnalo Lettere dall’Egeo, Archeologhe italiane tra il 1900 e il 1950, di Giovanna Bandini, edito da Giunti nel 2003.

Giovanna Bandini è una storica molto attiva nel campo archeologico (ha partecipato a diverse ed importanti campagne di scavo) e ricostruisce la storia recente delle archeologhe principalmente attraverso i documenti dell’archivio della SAIA (Scuola Archeologia Italiana di Atene). Colgo l’occasione per trattare alcuni punti salienti del libro che interessano la storia dell’archeologia, la SAIA -che come saprete vista la decurtazione dei fondi rischia di chiudere- nonché uno dei temi che nella nostra associazione deve trovare più spazio: le donne e la professione archeologica.

“ Le donne arrivano seconde. Sembra questo il loro posto nelle professioni. Quando poi si tratta del mestiere dell’archeologo, che costringe ad allontanarsi fisicamente dal nido (e nodo) ancestrale di casa e famiglia, pare ancora più logico che le donne comincino in ritardo, quasi riluttanti[…]Soltanto nella seconda metà del Novecento, con la sconvolgente spinta all’esterno portata dalla seconda guerra mondiale, è iniziato un afflusso consistente, quasi di massa, delle donne in questo campo…” ( Bandini 2003, Premessa, p. 11 ).

In un passato non tanto lontano documenta il libro, oltre che seconde, meritevoli studiose frequentatrici della Scuola Archeologica di Atene dopo esservi entrate forzando il muro del maschilismo culturale italico, hanno finito col dover rinunciare alla loro professione. E così, se il dato più lampante è che Harriet Boyd, archeologa statunitense nel 1903-4 scopre a Creta con caparbietà e senso di indipendenza i siti di Kavousi e Gournià ( Bandini 2003, p.59 ), a noi tocca aspettare Margherita Guarducci e Luisa Banti e il 1927 per la partecipazione alle missioni subordinate ai loro maestri-docenti (anche perché è solo nel 1914 che le donne iniziano ad essere ammesse come allieve alla Scuola di Atene). Si aggiunga un fatto ancora più grave:  la maggior parte delle studiose dopo la Scuola finisce col rientrare in Italia ed insegnare nella scuola pubblica, vuoi per necessità, vuoi per l’impossibilità di aspirare alla stessa carriera dei colleghi, come nel caso emblematico di Gina Reggiani (classe 1896) che è costretta a tornare in Italia per i disordini scoppiati a Creta e a lasciare definitivamente poco dopo gli studi, soprattutto per questioni economiche:  è contemporaneamente il 1923, l’anno in cui due donne per la prima volta vincono i soli due posti banditi dalla Scuola, ed anche la prima volta che il numero delle allieve è pari a quello degli allievi (Bandini 2003,p.91); lo supererà però nel 1934.  Immaginate cosa voglia dire in quegli anni lasciare la amata famiglia patriarcale e fascista e andare, angelo del focolare a studiare nell’Egeo.

Molti nomi femminili della Scuola di Atene sono noti, ma voglio ricordare Donna Paola Zancani Montuoro che poté permettersi di restare da outsider nell’archeologia solamente a causa della sua estrazione sociale e che ebbe fama grazie alla sua tenacia e a scoperte a dir poco eclatanti come l’Heraion del Sele, proprio sotto il fascismo e il confino che le fu assegnato. E per simpatia, al suo andare contro le regole della convenienza e della buona educazione per non aver ossequiato a dovere il Direttore della SAIA ( tal Alessandro Della Seta) come si doveva invece usare da buone allieve femmine e aver osato persino litigare con un custode del Museo dell’Acropoli ed essere alla fine persino segnalata presso il Ministero dell’Educazione Nazionale e presso I Fasci Italiani all’Estero (nel 1935 dallo stesso Della Seta), cito Maria Luigia Marella ( 1905-1993 ) che ebbe grossi problemi come si può capire, a causa del suo carattere ribelle ( Bandini 2003, p.103 e ss.). Ironia della sorte (!) la stessa Marella col suo caratteraccio, ebbe però come pochi  studiosi -vedi il Bandinelli-  il coraggio di dimettersi dall’incarico di docente di scuole statali a Rodi, opponendosi alle leggi razziali del 1939 che colpirono duramente lo stesso Della Seta, rimuovendolo proprio dall’incarico di Direttore della Scuola (un po’ di controstoria al femminile).

E’ sconfortante leggere alla fine che : “Pochissimi sono i nomi femminili che emergono nel primo trentennio di vita della Scuola[…]Quasi tutti i nomi degli allievi, invece, sono gli stessi degli studiosi italiani più insigni“ (Bandini 2003,p.111) e che mentre gli allievi maschi escono dalla Scuola già pronti alla destinazione di professori universitari, soprintendenti o entrambe le cose, pochissime sono le donne che riesce a dar seguito alla professione. Solo dopo gli anni ’50, pensando  all’insegnamento come lavoro socialmente rispettabile, “come estensione esterna della sua ‘missione’ materna di educatrice” (Bandini 2003,p. 112) ci sarà l’immissione massiccia delle donne nelle Facoltà di Lettere e quindi un aumento anche nell’indirizzo archeologico.

Qualcuno mi dirà che era l’epoca, ma io non credo che oggi sia poi molto diverso.

Fin qui l’interessante ricostruzione della Bandini, che dedica la seconda parte del libro alla vivacissima, ironica e geniale architetta Enrica Fiandra, donna dalle folgoranti intuizioni archeologiche che la iscrivono anche in questa professione -lode alla versatilità della sua mente, così rara tra gli archeologi ‘purosangue’-, anche allieva della scuola ed ancora instancabile osservatrice del mondo archeologico. Vi invito a leggere l’ultimo capitolo, vero ritratto in chiaro del triste mondo chiuso archeologico scritto nei suoi appunti :  “L’archeologo è una specie a sé nella famiglia dell’umanità, però soggiace alle stesse leggi soprattutto quando raggiunge la mezza età. ( Allora la parola donna che in gioventù ha sempre ignorato preferendo la forma di un vaso o il profilo di un’anfora, viene di solito associata alla parole “ assegno” )”, (Bandini 2003, p. 191).

Oppure la gustosa e acutissima: “Le note sono la cosa più importante ed interessante dell’articolo, perché è lì che si potranno trovare gli errori del collega che è sempre necessariamente un rivale da demolirsi. Con ciò non si deve pensare che gli archeologi non si trattino, sono gente molto fine molto educata che si bastona solo per iscritto. L’archeologia è la scienza più innocua dove gli errori vengono definiti opinioni(Bandini 2003,p. 192).

Detto questo del bel libro della Bandini, (che bisognerebbe ringraziare, tutte noi archeologhe, per averci finalmente dato un principio di passato)completo di bibliografia dei nomi citati e di interessantissime appendici, mi auguro che qualcuno –magari un’archeologa?- proseguirà nello studio della seconda metà del Novecento ai giorni nostri, non solo attraverso l’osservatorio privilegiato della Scuola Archeologica di Atene (scelta del resto ineccepibile dal punto di vista scientifico-documentale da parte della Bandini per inaugurare un filone di studi che in Italia era sconosciuto). E se qualcuna di noi avesse tale possibilità, sarebbe auspicabile si occupasse anche di indagare più ampiamente le esperienze dell’amata terra italica, ove la discriminazione è aumentata sia a livello professionale che nei confronti dei diritti elementari della donna.  Dal punto di vista culturale e oso dire storico, non possiamo scindere la questione della violenza sulle donne e la loro mancata integrazione nel mondo del lavoro dal nostro caso specifico di professioniste a partita IVA o a progetto-collaborazione nella questione della tutela del bene pubblico.

Questione irrisolta a mio parere e contraddittoria per come viene gestita dallo Stato.

Ora che rischiano l’asfissia per mancanza di fondi, oltrechè per vecchiaia e obsolescenza, ci si potrebbe spingere persino a riflettere se non sia ora di rimodellare certe Scuole e più in generale i luoghi di formazione (università, scuole di specializzazione, dottorati ecc.), anche in virtù di una maggioranza numerica femminile nello studio e nella stessa professione di archeologo: ma è evidente, anche da questo punto di vista avere certi titoli conquistati in certe scuole, non fa differenza alcuna se sei donna (figuriamoci pensare,come tutte le lavoratrici, ad un figlio: se sei archeologa con contratti allucinanti non puoi, e non puoi ammalarti, né perdere un giorno).

 “Un buon archeologo se vuol diventare grande e poi ancora più grande fino a raggiungere la fama ed essere conosciuto tra i suoi 26 colleghi non deve avere troppo buon senso anzi il vero archeologo non ne ha[…].”( Enrica Fiandra, Bandini 2003, p.191 ).

Tutto sommato se ci pensate, un’altra delle italiche caste da demolire è quella degli archeologi cui si riferisce la Fiandra, e ribadisco la necessità di una formazione di coscienza di lotta culturale che non farebbe di certo male alle attuali archeologhe, donne discriminate più di altre in una professione priva di tutele e pullulante di cantieri pensati al maschile.

Anche nell’immaginario iconografico più plebeo, nella seconda metà del Novecento-inizi Duemila, solo Lara Croft controbilancia le stagioni degli Indiana e dei Manfredi, ma a tutta forza di tette.

Sine qua-non. Il vero arcaios-logos della questione è riconoscerci anche il cervello.

Se non vogliamo un destino fermo al Ventennio, svegliamoci.

 

 

MMVIII   R.D.P.

13 luglio

Arte meccanica o liberale?

In questi giorni penso molto al problema della posizione sociale, e quindi alla dignità, dell'archeologo.
Dall'intervento di una collega sul blog dell'ANA prendo uno degli spunti da cui sono partito, una citazione dall'editoriale dell'ultimo numero (1991) di Dialoghi di archeologia:
“…la soluzione più saggia consiste quindi nel prendere atto della fine di un’esperienza complessivamente positiva, che però non è riuscita a costruire una saldatura organica tra  l’archeologia storico-artistica e storico-antiquaria tradizionali e le nuove proposte dell’archeologia antropologica e stratigrafica. E’ un fallimento che ci allontana da una prospettiva di storia integrale, dal momento che una qualsiasi parte della disciplina, per quanto valida in sé stessa, non può né potrà essere presa per il tutto “ ( A.M. Bietti-Sestieri, Dia 1991, Editoriale ).
La riflessione teorica sull'archeologia, sulla storia ecc. in Italia è sempre lentissima, veramente possiamo dire che va a passo di lumaca. Quando in Europa si scatena una nuova corrente di pensiero (buona o cattiva che sia, non entro nel merito per ora) noi stiamo lì a guardare come evolve, per paura forse che sia solo un fuoco di paglia, o per paura di non riuscirne vincenti, un po' come in tutte le nostre guerre. Ed ecco che quando finalmente abbracciamo "il progresso", questo è già vecchio, ed è ancora altrove che si inseguono "le magnifiche sorti e progressive".
In quegli anni 80-90, quella "saldatura organica" tra archeologia e storia non poteva affatto maturarsi. Noi eravamo inebriati dalla New Archeology (un po' tardivamente forse, ma molto entusiasticamente). La nuova archeologia stratigrafica non poteva permettere che il metodo fosse influenzato dalle strutture culturali del contesto. Il metodo è quello e funziona, sia che scavi le buche di palo, sia che scavi il Colosseo. Ed ecco che che lentamente l'archeologo scivola via dalla sua forse sciocca, ma rispettata, posizione di luminare della cultura giù nell'oblio degli operatori manuali, dei bànausoi. Che importa più se sei laureato oppure no quando fai, agli occhi del popolo ignorante e dei suoi governanti, più o meno lo stesso lavoro di un manovale edile?
Con questa logica positivista e scientista, ottusamente applicata a quelle che vengono chiamate "scienze umane", è stata firmata la secessione tra chi scava e chi interpreta lo scavo. Se lo scavo è fatto "in maniera scientifica" chiunque ne può leggere ed interpretare i risultati, e magari pubblicarselo. Ora siamo a questo punto: chi interpreta da un lato (i cd. archeologi da tavolino, o i "ricciofili") e chi scava dall'altro (i cd. archeologi sul campo). In mezzo porrei una terza categoria, che talvolta media fra le due: quella dei "cocciofili", i maestri della tipologia, gli archeologi da magazzino. Ahi serva Italia...
Mediazione? Chissà. Io la vedo nel recupero di una unità che non può però essere tematica. Bisogna ripartire dalla formazione, dai Ministeri. E' ormai inutile che ci sia qualcuno che insegni la storia dell'arte greca e romana ignorando (non nella sua cultura personale magari, ma nei suoi insegnamenti) la storia sociale, quella economica, le fonti scritte ecc. ecc. Quanto vorrei che ci fossero insegnamenti onnicomprensivi circoscritti ad un'area geografica e un lasso cronologico ben definiti! Immaginate delle lezioni di "Civiltà della Grecia geometrica" per esempio, in cui si parli di storia, di epos, di cocci e di statue. In cui si parli di gente, di quella gente che dovrebbe costituire l'obiettivo d'indagine di ogni vero storico (a tutto tondo, non solo storico di...), secondo l'insegnamento forse datato, ma ancora attuale, di M. Bloch.
Forse questa è una via per recuperare parte della nostra dignità. Forse questo è il primo passo per chiedere maggiore rispetto quando si parla di archeologi. Forse è il primo passo per smettere di essere muratori con il cappello di Indiana Jones.

Mario Trabucco
(pubblicato anche su http://mariotrabucco.net)

Il senso dell'Archeologia

Cari colleghi dell’ANA,

ottima l’idea del blog, cui speriamo convergano spunti ed idee utili ad una programmazione efficace per il riconoscimento dei diritti professionali della categoria! Le ipotesi di lavoro certo non mancano – come si è constatato anche nel corso della manifestazione del 14 giugno c.a.; però credo che, arrivati a questo punto, dopo tanti anni di tentativi (mi sono laurerata nel 1987 e sin dagli anni ’80 si cercava di ottenere ciò per cui ci stiamo impegnando oggi…!), ci viene richiesta una consapevolezza troppo spesso disattesa dei veri problemi e dei meccanismi che rendono il  territorio più ricco di cultura al mondo come “sostanzialmente abbandonato” (fatte salve rare eccezioni o luoghi in cui contenuti di ampio respiro vengono ridotti a fenomeni di bottega!). Nel mio più che ventennale iter lavorativo ho assistito ad una salvaguardia sempre più disattesa, mentre a livello della ricerca archeologica tendono a mancare programmazioni a lungo termine, che abbiano anche il merito di incidere positivamente sul miglioramento economico dei luoghi sottoposti ad indagine archeologica. Questo è un discorso molto complesso, ma molto semplice allo stesso tempo e chi non lo capisce lo fa per suo comodo o per finalità che non corrispondono di certo al risollevamento economico di terre che potrebbero invece tranquillamente vivere grazie alle risorse di un turismo culturale anche medio-alto. D’altra parte la figura dell’archeologo, impegnato nella più seria indagine scientifica, da intendersi a tutto tondo (non sono affatto d’accordo circa l’equiparazione della nostra professionalità agli edili) si dovrebbe trasformare in una “normale figura di riferimento d’intervento territoriale” alla stessa stregua di un architetto, un ingegnere o per altri campi un esperto di comunicazione turistica: ben conservando la sua peculiare specificità di profondo, attento e sempre più preparato conoscitore della storia e dei manufatti prodotti nei secoli, l’archeologo dovrebbe perciò essere messo in condizione di operare nel mondo di tutti i giorni con i mezzi efficaci della sua opera –inserita nel mondo del lavoro in collaborazione con Ditte, Comuni, Regioni, Sovrintendenze, Università – e della relativa comunicazione che dovrebbe costituire il primo dei passi atti a garantire ad ogni luogo d’intervento non l’oblìo o il nascondimento della verità del passato, bensì un modo diverso di vedere l’intervento e la costruzione territoriale ed una possibilità in più di vita per i luoghi specifici, le persone che vi abitano o per coloro che ne vorranno conoscere la storia: da qui signori, passa un’economia non distruttiva e stupida, ma che sa incontrare e valorizzare gli sforzi ed il lavoro di ciascuno, per la propria competenza. Si tratta di un discorso in disaccordo con le troppe lobbies di potere, che gestiscono tutti i nostri territorii, ma per ottenere un minimo riconoscimento della nostra professionalità (e che poi sarebbe l’albo) è la base imprenscindibile, sine qua non…; se non dimostreremo di avere anche un importante valore economico, come è vero… basta riflettere un po’ … per capirlo…! non cambierà proprio niente. Oggi, che mi trovo impegnata nel duplice ruolo di editrice di fonti antiche e di archeologo sul campo, devo ammettere che solo un lavoro di vasto rinnovamento – anche all’interno della nostra categoria – e di sensibilizzazione, potrà metterci in condizione di diventare solide, autentiche ed amichevoli figure di riferimento, nel contributo giornaliero di migliorare sempre un po’ di più l’ambiente in cui viviamo ed operiamo.

 

Dott.ssa Luchina Branciani