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02 luglio Sul mio mestiere di archeologaQuello dell’archeologo è certamente un mestiere atipico, un nuovo mestiere del resto, da quando la coscienza giuridica e paesaggistica ha iniziato a sancire le regole di tutela e di conservazione del patrimonio culturale soprattutto in ambito urbano. Sembra già passato un secolo dagli auspici del Carandini (chi non ha studiato Storie dalla Terra e lo trova oggi un libro di storia dell’archeologia ormai datato?): da quegli auspici di ricerca archeologica di cantiere, di salvataggio, di tutela appena paventata, oggi essa si realizza di fatto quotidianamente in molte città. Di contro, è accaduto ciò che il Bandinelli predisse: un esercito di fossori, di scavatori senza altri fini, si è formato come unica risposta ad un mercato del lavoro in continua mutazione che preferisce svilire i ruoli anziché innalzarli di livello ( e retribuzione ) o semplicemente ripensare le sue strutture in accordo con le nuove esigenze. Prendiamone atto: i più fortunati di noi lavorano per cooperative o piccole società o da liberi professionisti, spesso dopo carriere fallimentari nelle Università che ormai non assorbono più nessuno e cominciano a non servire più a nulla perché non formano né la classe dirigente, né lavoratori specializzati, né tantomeno ripensano intelligentemente la loro funzione sociale. E intanto la tutela quotidiana del nostro patrimonio archeologico esiste, ed è esercitata da quei fossori in cui mi annovero, nonostante un dottorato di ricerca ormai al termine e senza borsa, perché nessuna delle mie ricerche porta il mio nome, la mia firma. E se il mondo va avanti ad una velocità impensabile, incontra nell’accademia italiana una vera resistenza di forza, di una generazione di ex sessantottini che non se ne vogliono andare in pensione e che hanno smesso, ove davvero avessero mai cominciato, a far rivoluzioni; e dove, quelli entrati nell’accademia con l’ultimo treno, si occupano solo della loro carriera che decollerà con enorme fatica, semmai decollerà, in un sistema al collasso di risorse e di logica. L’altra grande istituzione, la Soprintendenza (ove ovviamente, come ogni luogo, esisteranno delle eccezioni), non riesce a mutare nell’organico, nelle metodologie e ognuno fa quel che può, contribuendo non poco a creare quel fantasioso mondo feudale che è nei fatti la tutela geografica del patrimonio culturale. E questo è il contesto storico in cui opera oggi l’archeologo, qualunque cosa sia diventato e qualunque sia il posto che vogliamo dare all’archeologia, alla sua funzione sociale; è questo il contesto ove esercito il mio mestiere, la mia professione. Tornando un poco al passato, la rivista Dialoghi di Archeologia nacque dalla precedente esperienza della Società degli Archeologi italiani, ed elaborò un complesso programma di rinascita della disciplina dopo gli anni del fascismo, ed in risposta della nuova epoca di studi di cui si sentiva forte la necessità nella saldatura fra la tradizionale ricerca storico-artistica e quella metodologica. Forte era allora la preoccupazione di ridare all’archeologia la sua impostazione di “ricerca storica” piuttosto che di “disciplina tecnico-profesionale” ( Dia 1,1968, p.5) , direzione che inevitabilmente avrebbe poi preso, e noi archeologi del post-sessantotto ne siamo la testimonianza vivente anche se ignorata dalle università e dalle soprintendenze, e persino dallo Stato. Una delle nuove frontiere enucleate nella ricerca archeologica nel primo numero dei Dialoghi era quella urbanistica; oggi è una realtà, frammentaria, ma di fatto esistente: io ne sono una prova, con le mie assistenze ai gasdotti, ai cantieri stradali, alle grandi opere. Con i miei contratti di ogni genere e tipo, con le mie scarpe antinfortunistiche e le mie giornate di pioggia non retribuite. Ma la rivista aveva, come appare evidente nella premessa del suo primo numero, una matrice politica forte che voleva occuparsi più in generale della gestione della ‘cosa archeologica’ in Italia: sorse in parte da uno scisma avvenuto all’interno della SAI (Società degli Archeologi Italiani) e dai cosiddetti Amici della Rivista -così si chiamarono tutti quelli che la sostennero e scrissero su di essa- tanto giovani e promettenti da essere i nostri più grandi docenti e funzionari, oggi molto avanti negli anni e tutti più o meno inseriti allora in quella sinistra di cui Rossana Rossanda ci ha dato recentemente un grande affresco (La ragazza del secolo scorso). Oggi di quella esperienza, anche politica, non restano che i ruderi, ed in parte, ancora qualche protagonista di allora che ha perso completamente il senso, se mai lo ebbe davvero, di ogni vero cambiamento, perché di fatto oggi dovrebbe lasciar spazio al nuovo e ritirarsi a vita meditativa o almeno lasciar filtrare un pò di sana gioventù nelle stanze polverose del potere. Ma siamo d’accordo sul logorio che dà la mancanza di potere, come ci insegna quel notissimo e quantomeno ambiguo politico italiano. L’archeologia versava già in quelle prime pagine di premessa dei Dialoghi, in una situazione difficile, tale da suscitare una mobilitazione; e allora vi fu una mobilitazione culturale, una risposta ovvia per quei tempi, impensabile oggi in un mondo frammentato nelle identità e privo di quei presupposti politici e persino di giovani che sentono la necessità di fare gruppo. Nel 1991, la rivista Dialoghi di Archeologia chiude, dopo 25 anni di impegno: oggi molti di quei componenti ed Amici sono morti, e Anna Maria Bietti Sestieri che firmò l’Editoriale della rivista, ben colse la fine dello spirito politico che legava quella chiusura alla morte stessa del Bandinelli (avvenuta nel 1975, con la relativa crisi tra figli e figliastri ovvero tra coloro che ereditarono la rivista e coloro che non ebbero questa fortuna, come di recente mi ha confessato una nota e brillante ispettrice che faceva parte di quegli Amici ): “…la soluzione più saggia consiste quindi nel prendere atto della fine di un’esperienza complessivamente positiva, che però non è riuscita a costruire una saldatura organica tra l’archeologia storico-artistica e storico-antiquaria tradizionali e le nuove proposte dell’archeologia antropologica e stratigrafica. E’ un fallimento che ci allontana da una prospettiva di storia integrale, dal momento che una qualsiasi parte della disciplina, per quanto valida in sé stessa, non può né potrà essere presa per il tutto “ ( A.M. Bietti-Sestieri, Dia 1991, Editoriale ). Per qualcuno a cui interessi, vorrei sottoporre un breve passo di quella bella lezione che è l’Avvertenza all’Introduzione all’Archeologia di Ranuccio Bianchi Bandinelli ( a cura di L.Franchi Dall’Orto, 1975): “Gli storici dell’arte dell’antichità rappresentano oggi, senza dubbio, una fauna in via di estinzione, nonostante che quasi tutti gli archeologi classici si occupino di materiali che hanno forma artistica: ma studiare un oggetto artistico per ricavarne un dato cronologico o storico non è far storia dell’arte”. E con questo, per chi conosce quante volte il Bandinelli ritornò sulla questione, noi archeologi moderni abbiamo preteso di dar forma alla definizione dell’archeologia, dove le fonti antiche sono morte e i materiali parlano anche troppo. Ma, Storie dell’Arte a parte (Storie dell'Arte Antica, Atti del Convegno “Storia dell'arte antica nell'ultima generazione: tendenze e prospettive”, a cura di M.Barbanera, Roma 2004), è la prospettiva sociale dell’archeologia che dovrebbe interessarci tutti, tutti noi laureati vecchio e nuovo ordinamento, indirizzo archeologico o beni culturali: una massa giovane priva di identità. Perchè in effetti quella paura di cambiare storia dell’arte con tecnicismo archeologico forse era eccessiva, anche da parte di un grande pensatore come il Bandinelli, che non poteva prevedere che un giorno sarebbero stati possibili avanzamenti così rapidi nella scienza archeologica, tali da richiedere un ripensamento globale della formazione dell’archeologo stesso e una sua applicazione alle opere quotidiane delle città in continua espansione. Ma è anche vero che le preoccupazioni sue non erano del tutto inutili: recentemente Ida Baldassarre ha formulato una riflessione interessante a partire proprio dagli scritti del Bandinelli; la costruzione della forma nell’arte figurativa, il processo mentale e operativo che governa la creazione delle opere antiche, è ben lungi dall’essere stato completamente sviscerato ed anzi impone una attenzione sempre attualizzata ( I.Baldassarre,”Iconografia ed iconologia” in Storie dell'Arte Antica, p.126). Il fatto artistico, ha sintetizzato la Baldassare, richiede un atteggiamento ed una cultura aperta agli apporti metodologici e tecnici più ampi, accanto alla ricerca dei principi ideologici e delle condizioni materiali da cui il fatto artistico stesso è scaturito ( p.127). L’impresa archeologica del problema della forma,io credo, intesa come ricostruzione della storia della cultura che l’ha prodotta, appare ancora oggi una sfida, nonostante i nostri strumenti metodologici e tipologici si siano affinati e nonostante un mestiere speso sui cantieri senza tutele. Questa coscienza, della indispensabilità di un pensiero critico, della nostra indispensabilità come membri di una collettività e della nostra professione, io penso sia uno dei presupposti del riconoscimento del mestiere dell’archeologo e un modo per sentirsi meno fossore di quanto le circostanze storiche impongano di forza e neppure tanto allegramente.
Dott.ssa Rossana Di Poce Il coraggio di dire NOCari amici e colleghi,
l'intervento di Michela Ascione ha destato gli animi. Questo mi fa estremamente piacere. Anche io sono pienamente d'accordo con lei. E' necessario e fondamentale non accontentarsi più. Se tutti noi imparassimo a dire NO quando ci vengono proposte tariffe irrisorie, condizioni di lavoro disagiate, quantità di lavoro non proporzionale a quanto si viene pagati ecc. ecc. ecc. allora forse le cose prenderebbero una piega diversa.
Il problema è che per ogni NO detto da chi ha preso coscienza della situazione, ci sono tanti altri colleghi che continuano ad accettare tali situazioni, provocando il fatto che non cambieranno mai le cose.
Si dovrebbe, a mio parere, sensibilizzare all'opposizione. Ognuno di noi, parlare col proprio collega e scatenare in lui la rabbia e l'orgoglio utili a far nascere quel NO!!!
Cosa ne pensate? Quale altri modi vi vengono in mente?
Aspetto di cuore le vostre risposte
Dott. Daniele Petrella
Direttore 28 giugno Lettera aperta a tutti gli ArcheologiSento la necessità di mettere per iscritto il mio pensiero sulla professione di Archeologo e condividerla con tutti voi.
Sono socio dell'Associazione Nazionale Archeologi, ex membro del Direttivo Nazionale, attualmente membro del Direttivo Regionale della Campania. Sono un'Archeologa da campo, lavoro nei cantieri in Campania dal 1999. L'Associazione sta facendo passi avanti, sta stringendo rapporti con le Istituzioni, ha organizzato una manifestazione a Roma per rendere più visibili le problematiche relative alla nostra professione. La mancanza di un riconoscimento giuridico, la mancanza di norme specifiche per la tutela e le garanzie della nostra professione rendono il nostro lavoro, già appesantito dal problema sociale del precariato, ancora più incerto e senza garanzie.
Associarsi, confrontarsi, comunicare tra noi è necessario e fondamentale perchè qualcosa cambi. Ma reputo altrettanto necessario fare anche altro. E' un pò come il problema dell'Emergenza rifiuti a Napoli. Non basta che le Istituzioni affrontino il problema costruendo nuove discariche, inceneritori o quant'altro. Bisogna che ogni singolo cittadino faccia la sua parte non gettando l'immondizia per strada, facendo una regolare raccolta differenziata, rispettando orari e modalità , denunciando illeciti e abusi, parlando e spiegando con e a tutti coloro che non rispettano le regole.
Nell'attesa che le istituzioni si accorgano di noi, degli Archeologi, bisogna che ognuno faccia la sua parte. Come?
Molti dicono che siamo sfruttati, malpagati, che non rispettano la nostra professionalità , che non ci pagano le giornate di pioggia, che non ci pagano le giornate dedicate alla documentazione, che ci chiedono di aprire la Partita IVA ma poi ci chiedono di rispettare orari di lavoro ecc. Le conoscete tutti queste problematiche. Dicevo molti dicono… ed è tutto vero. Ma è altrettanto vero che tutto questo l'abbiamo permesso anche noi.
Premettendo che siamo sempre stati dalla parte debole della barricata, e che chi deve lavorare deve spesso concedere e non chiedere. Ma quando si è al primo incarico, quando non si conoscono le regole del mercato, le tariffe degli altri professionisti. Non quando ormai si è dentro e si conosce tutto questo. Quante volte abbiamo accettato incarichi senza firmare una lettera d'incarico? Quante volte è capitato che abbiamo cominciato a lavorare senza neanche chiedere il compenso? Quante volte abbiamo accettato compensi giornalieri ridicoli, pur di lavorare? Quante volte abbiamo atteso mesi e mesi per ricevere il nostro compenso sentendoci rispondere "Ma io ancora non sono stato pagato, come faccio a pagare te?".
Chi mette su una società accetta ed è consapevole del rischio d'impresa, problema che non deve riguardare il singolo professionista a cui spettano pagamenti regolari ad un tot di giorni stabilito nella lettera d'incarico. Sia il compenso, che le modalità di pagamento dovrebbero essere stabilite dal professionista in accordo con le società , e non essere decisioni unilaterali, per altro spesso neanche comunicate. Se tutti noi (escluse le dovute eccezioni) contrattassimo le tariffe, come fanno tutte le categorie di professionisti; stabilissimo i tempi di pagamento, con diritto alle sanzioni come previsto dalla legge; rifiutassimo tariffe sottopagate; se pretendessimo un gettone o rimborso per le giornate di pioggia e un compenso per la documentazione eseguita fuori dai cantieri. Dicevo se tutti noi, ogni volta che ne abbiamo l'occasione, facessimo tutto questo, sicuramente permetteremmo passi avanti, nell'attesa di una regolamentazione.
Chi mi conosce sa che io tutto questo lo sto già facendo, anche a discapito del mio lavoro, anche a costo di stare mesi senza lavorare. E non mi si risponda che me lo posso permettere. Perchè ovviamente ho atteso di essere più matura professionalmente ed ho proceduto a piccoli passi. E' difficile lo so. Ma se tutti ci dessimo una mano, sarebbe più semplice. Le società di archeologi devono capire che hanno davanti dei professionisti (Dal punto di vista fiscale l'hanno voluto loro) e che pertanto prima di fare eccessivi ribassi, prima di affidare un incarico, prima di prendere impegni con le società e le sovrintendenze devono confrontarsi con noi.
Smettiamola di essere l'anello debole! Quello che subisce! Confrontiamoci. Consigliamoci. Dialoghiamo.
Attendo pareri e risposte
Cordialmente
Michela Ascione |
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